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 Lunedì 30 Maggio 2011 , 15:03

di Sergio Lo Gatto

Sotto Chiave

Da ormai qualche mese questa rivista possiede una sezione apposita dedicata al teatro ragazzi, in cui si tenta di registrare le scosse di assestamento di un genere che in Italia appare di certo molto trascurato rispetto alla vitalità dimostrata, ad esempio, in Francia o Belgio. Eppure lo spettacolo in questione, e la compagnia che lo ha prodotto, avrebbe forse bisogno ancora di una categoria a parte. “Sotto chiave” è il titolo del vincente affresco che il Teatro dei Dis-occupati disegna a partire dal racconto “Elisabetta e Limone” di Juan Rodolfo Wilcock. E il suo pregio fondamentale è quello di offrire uno spettacolo adatto a tutte le età. Elisabetta abita in religiosa clausura una tomba protetta da un fido guardiano guercio e che divide con la invisibile sorella. A farle compagnia soltanto il ricordo della madre andata in cielo ormai chissà quanto tempo prima e un bislacco mestiere, quello di tessere abiti per topi. In questa cornice irrompe, come dal nulla, il fuggiasco Limone, timido e semianalfabeta. Elisabetta lo incatena al letto temendo chissà quale aggressione. Ma è da questo assurdo gioco dell’ostaggio che nascerà un rapporto tenero e consolatore. Gli stilemi sono quelli della favola, con tanto di mondo fantastico (sovrana è la materna ma temibile Repubblica), animali parlanti e salti temporali. Eppure alla dimensione dell’apologo classico si mescola l’immaginario onirico di quella scrittura di cui Wilcock, insieme a Borges, era stato profeta. Allora, nella solida verbosità del testo, il gioco diviene quello di abbandonarsi alle associazioni d’immagine e concetto, di lasciarsi andare a un viaggio visionario in cui, nell’arco della medesima frase, un giaguaro diviene un cammello, un passante un topo, una castello una tomba. È il gioco della fantasia e della sua narrazione, certo, quello in cui un gesto, se ripetuto con puntualità e ricalcato dalla direzione di uno sguardo, diviene immediatamente riferimento conosciuto; il gioco in cui un suono basta a scandire il tempo, un buio a far passare una notte. Eppure in questo arabesco intessuto da Monica Crotti e Massimo Cusato c’è di più. Il continuo slittare da un’immagine all’altra, affidato a una recitazione assolutamente impeccabile guidata da una e ben sostenuta dall’altro, diviene chiave di lettura di un concetto, quello dell’infinità mutevolezza dell’immaginario. È propria dei sogni appena terminati, quelli da dormiveglia mattutino, la sensazione labile di un ricordo a metà. Ci si sveglia portando al di qua delle palpebre ancora il segno di ciò che si è sognato. E se si tenta di raccontarle, quelle immagini, ci si confonde: la nettezza del sogno si perde nel percorso che unisce il ricordo alla sua narrazione. La scenografia e i costumi sono costruiti come un arazzo e fanno da chiave di interpretazione: un trapezio che diventa letto; un mobile che, se lo si guarda bene, è l’ingrandimento di una scatola porta-cucito; la catena alla caviglia di Limone è di stoffa anch’essa, è un gioco; i vestiti dei due sono un puzzle di lana e pupazzi, e tutto ha un sapore di artigianato d’altri tempi, compone una visione patchwork, in cui diversi particolari, cuciti insieme, creano la trama di un contesto. Il testo è portato in scena nella sua integralità, con l’aggiunta di una piccola partitura sonora, dettaglio che forse avrebbe bisogno di più spazio, magari da rubare alle parole o a qualche scena sacrificabile. Se gestiti con la stessa precisione di tutto il resto, i suoni potrebbero divenire un piano di racconto ulteriore, una goccia di solvente per diluire il ritmo. Ma il risultato resta di altissimo livello. Quello del Teatro dei Dis-occupati è uno sforzo onesto verso l’affermazione di un talento; tra le sue trame s’intravede la difficoltà di una compagnia underground di sopravvivere all’emergenza di questi anni. Loro non demordono e producono un ingegnoso “teatro per famiglie” in cui, di diritto, il primo spettatore, aiuto regista che firma l’unico foglio di sala pubblicato (appeso nel foyer), è proprio il figlio, il piccolo Andrea. 

 SOTTO CHIAVE da Juan Rodolfo Wilcock

di e con: Monica Crotti e Massimo Cusato

scenografia: Isabella Faggiano, Daniele Pittacci

costumi: Isabella Faggiano

 assistenti: Daniela Costanzo, Natsuki Nakamura

 produzione: Teatro dei Dis-occupati

 durata: 1h 20′

applausi del pubblico: 2′ 12”

 Visto a Roma, Atelier Meta-Teatro, il 3 maggio 2011

www.klpteatro.it

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