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Category Archives: Rassegna stampa

Rebecca

Da “Detriti della Roma sommersa – Il teatro subacqueo” [26 gen 2013 di Simone Nebbia ]

” Il carattere delle città dipende dall’ambiente in cui sorgono: Roma, per esempio, non s’è mai adeguata a specchiarsi di sfuggita in un fiume che scorre. Avrebbe forse preferito un lago, matrona com’è. E invece un fiume le tocca e allora si fa sfuggente anch’essa, produce e consuma, scivola via tra le anse fino al mare. Anche nel teatro va così, ma proprio per questo ci siamo noi: i pescatori di sassi da riportare a riva, evitare che un corso troppo violento li trascini senza che nessuno se ne sia accorto. Nel corso di un maestoso lungofiume, fatto di spettacoli Stabili, più che stabili: immobili, qualche sassolino è passato in questa Roma teatrale degli ultimi tempi, ora incagliato in qualche cavità nascosta di un piccolo teatro, ora strenuamente appeso agli spruzzi d’acqua nella pancia del letto, a volte quasi polveroso e nemmeno visibile mentre l’acqua lo travolge.

Ci siamo bagnati allora, con i calzoni tirati su, nelle acque romane per raccogliere i detriti lasciati dal Consorzio Ubusettete che nella sua antologica al Teatro Argot Studio, con spettacoli di Daniele Timpano, Andrea Cosentino, OlivieriRavelli_Teatro, Teatro Forsennato, Kataklisma, ha voluto festeggiare questi 10 anni di lavoro del gruppo aprendo su artisti più giovani o almeno in definizione della loro maturità artistica. Nella rinnovata sala del teatro romano nascosto in un condominio trasteverino è andato in scena Rebécca, monologo di Marco Andreoli (ex del Consorzio con Circo Bordeaux) che vede la scena per opera della coppia-compagnia formata da Monica Crotti e Massimo Cusato, artisticamente Teatro dei Dis-occupati già visti con Paolina qualche tempo fa. Qui la regia è femminile e pari l’interpretazione: Monica Crotti si carica su di sé un personaggio difficile uscito dalla penna di Andreoli che ha rintracciato uno dei casi clinici di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks, perimetra il palco nero con un esborso di luce molto contenuto, tenue atmosfera consapevole dell’umanità che porta in sé questo personaggio ammalato di vita, si direbbe, e che la rintraccia nei pochi oggetti rimasti a dirle cos’è, la vita: un cuscino, scarpe, una sedia, un’altalena, ogni elemento compone una stanza, un ambiente in cui rinnovare la propria necessità d’ascolto che si irrigidisce nella schizofrenia. Il testo di Andreoli, già ammirato per la sua geometria capace anche di sentimento, si trova a suo agio nel contesto scenico in cui l’attrice pone le sue parole, tra le quali si sgretola la sua indisciplina all’intimità, un disagio psichico non raccontato ma evocato dolcemente, quasi da non vedere più il bianco accecante del suo camice da paziente.” …

http://www.teatroecritica.net/2013/01/detriti-della-roma-sommersa-%E2%80%93-il-teatro-subacqueo/

“Lo sa che lei è il primo signore che mi lego al letto?”

Sotto Chiave, torna la fiaba stralunata della Compagnia Teatro dei Dis-occupati

“Non ci si può più fidare di nessuno, dormono tutti”

di Riccardo Melito

Torna in scena la Compagnia Teatro dei Dis-occupati con Sotto Chiave, uno spettacolo surreale che ricorda Samuel Beckett, ma con un gusto più dolce e rotondo. Interpretato dalla rodata coppia Monica Crotti e Massimo Cusato, la commedia ha luogo all’interno di un monolocale. Un uomo entrato dalla finestra si addormenta e viene incatenato al letto dalla bisbetica padrona di casa. La donna, che gli psicologi definirebbero “barbona domestica”, ha abdicato alla socialità, schifata dalle banali brutture quotidiane. Ha deciso così di recludersi in casa, nella sua “tomba privata”, a cucire vestiti per topi, sviluppando una visione della società critica, ma allo stesso tempo sballata. Di metafora in metafora, di incomprensione in incomprensione, la padrona di casa convince l’uomo a condividere con lei una vita “normale” nella “tomba privata”, da dove si possono guardare i delitti che riempiono il mondo ma da lontano.

La brava Monica Crotti interpreta questo incrocio tra Kathy Bates, famosa protagonista de Misery non deve morire, e Amelie utilizzando un linguaggio che è tale nella sua accezione più ampia. Tutto il corpo con la sua gestualità, il suo ritmo, le sue pose, si fonde con la voce a creare una lingua che ha le forme e le mosse del giocoliere, non è un caso che in scena sia presente un trapezio da circo. Come un ombrello diventa arma, scudo, palla, coriandolo, ascensore, così la parola è presa e manipolata, tagliata, ripiegata, rimontata e lanciata in acrobazie che formano mondi fiabeschi, capaci di stare all’interno di una stanza o del cestino per il rammendo e la sartoria, quello di legno di una volta che aprendosi rivela tre scomparti per lato a scalare.  Ciò conduce alla scenografia, realizzata con grande bravura da Daniele Pittacci e Isabella Faggiano, che firma anche i costumi. Sia le scene che i vestiti sono in bilico, come lo spettacolo, tra sogno, fiaba e nevrosi contribuendo così a suscitare una particolare sensazione di trasognante curiosità. Lo stesso Massimo Cusato interpreta un uomo al limite della società, spaventato e nevrotico, comico nella sua fondamentale ingenuità.

Vincitore del Premio Arte Laguna 2009, sezione performance; selezionato al Premio Nazionale “Giovani Realtà del Teatro” di Udine nel 2010; vincitore del Premio Cantieri Opera Prima 2010, indetto dal Meta-Teatro di Roma, Sotto Chiave è allo stesso tempo un lavoro in corso, che muta con il susseguirsi delle repliche, la Compagnia ha infatti annunciato che le prossime versioni vedranno la partecipazione di un attore non professionista. Qui l’opera si fa meta e si fonde con la vita reale degli autori, infatti l’attore sarà il bambino dei due. Si prevede quindi un adattamento del testo, che potrebbe essere ulteriormente migliorato tagliando qualche piccolo particolare ridondante. Non resta quindi che aspettare le prossime rappresentazioni di questa sognante commedia adatta a giovani e adulti, una storia d’amore surreale capace di sollevare dalla tristezza dell’anomia quotidiana.

10 aprile 2012

http://www.parolibero.it/it/spettacolo/sotto-chiave-compagnia-disoccupati-teatro.htm

Rebecca, quando Sacks incontra il teatro

“Non bisogna mai raccontare certe storie agli idioti, non si può mai sapere cosa succederà”

di Riccardo Melito

Troppo spesso capita di sentire il peso del disprezzo, di vedere gli sguardi altezzosi di chi si considera superiore, integro, normale. Troppo spesso la gentilezza e la cura sono frutto della pietà, piuttosto che del rispetto dovuto a ogni essere vivente. Troppo spesso ancora oggi capita di sentire un insulto infamante: “Che sei handicappato?” o “Che sei mongoloide?”. Rebecca, attraverso la “scienza romantica” di Oliver Sacks, mostra che chi è considerato, sempre ingiustamente, un “ritardato” è semplicemente un individuo che sperimenta e vive il mondo in maniera diversa. Né minore o minorata, né peggiore. Rebecca è una ragazza “ritardata”, ha diciannove anni, ma “in certe cose è come una bambina”, come dice sua nonna. Il suo aspetto è “ridicolo e grottesco”, ha spesse lenti da vista, si muove in modo goffo e sgraziato, un’ “idiota motoria”, non riesce neanche a vestirsi o a usare una chiave per aprire una porta, potrebbe passare ore provando a infilare il piede nella scarpa sbagliata. Se però inizia a danzare i suoi movimenti si fanno armonici e fluidi. È capace di “attaccamenti intensi e profondi”, ama la natura e i racconti, riesce infatti a seguire perfettamente le metafore e i simboli della poesia e della narrativa, tanto da essere lei stessa creatrice di “primitive metafore poetiche”. Tutto ciò nonostante non sia mai riuscita a imparare a leggere, scrivere o far di conto.
Rebecca è quindi scissa tra una dimensione superficiale, frammentata, incapace, handicappata e una profonda coerente, completa e intellettualmente elevata. È questa parte interiore, ctonia, esoterica che la Compagnia Teatro dei Dis-occupati ha messo in scena nello spettacolo omonimo scritto da Marco Andreoli, ispirato al racconto contenuto nella raccolta L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks e rappresentato la scorsa domenica al Teatro Abarico di San Lorenzo a Roma. Monologo dai toni fiabeschi, Rebecca si avvale di una scenografia scarna – un cuscino, un mucchietto di sabbia, due scarpe, un vestito, un trapezio da circo – per rappresentare quel mondo coerente e poetico, danzante, composto e bello. Una brava Monica Crotti incarna perfettamente, sia nei movimenti, che nel linguaggio, le nevrosi che affliggono la “poetessa primitiva”, ma è capace, di colpo, di diventare funambolica acrobata mostrando come il pensiero e il corpo, anche quelli di un handicappato, possano volteggiare armonicamente con il cosmo. Una mano destra perennemente in moto, ripete sempre lo stesso gesto quando Rebecca è divisa e frantumata, più di quanto già non sia e si senta, dai test e dai medici, compreso il Dottor Esse. Merita in questo senso un plauso, la geniale trovata del dialogo tra la bottiglia d’acqua/lente di microscopio e il bicchiere/paziente, obbligato per sua natura a ricevere e contenere la diagnosi/acqua. Quando però Rebecca si trova sul trapezio della sua fantasia, ogni stereotipia scompare e tutto diventa fluido e sognante. Uno spettacolo che mostra quello che il racconto di Sacks non dice esplicitamente, che toglie dalla ribalta il medico per metterci il paziente, che narra l’aspetto poetico e creativo di uno “scarto della società”. Poetico, evocativo, da vedere.
Testo: Marco Andreoli
Regia: Monica Crotti
Aiuto regia: Massimo Cusato
Musiche: Anja Kowalski – Silvano Magnone
Canzone della nonna: Marina De Tullio (voce) – Stefano Ciacci (musica)
Produzione: Teatro dei Dis-occupati
Info: 3395733918 – 3398524083
http://www.teatrodeidisoccupati.wordpress.com

28 febbraio 2012

http://www.parolibero.it/it/spettacolo/rebecca-teatro-compagnia-disoccupati-sacks.htm

"Paolina"

Il Teatro Abarico dischiude le porte ai magici racconti di Massimo Cusato: le fiabe narrate dalla nonna Paolina a lui bambino diventano il corpo di uno spettacolosognante e tenero, che vuole essere una proposta culturale, volta alla riscoperta del valore della tradizione orale, tramandata di generazione in generazione.

Nonna Paolina vuole raccontare delle fiabe al suo pronipote, nato da poco. Ma nonna Paolina è morta e si trova in Purgatorio, per peccatucci di poco conto. Chiede così un permesso “speciale” ai Piani Alti, affinché il suo spirito possa tornare sulla terra a cullare il nipotino con le sue storie meravigliose. La richiesta viene esaudita, e l’arzilla nonna pugliese discende nel regno dei vivi, con la promessa di fare ritorno in Purgatorio entro la mezzanotte. Allo scadere del tempo, dopo aver raccontato diverse fiabe al nipotino, Paolina fa ritorno nell’aldilà, lasciando sulla Terra il bimbo assopito e la testimonianza del sacro potere dei cantori.
Massimo Cusato, attore, regista e sceneggiatore di questo spettacolo, incanta il suo pubblico con il personaggio di Paolina, una donna del Sud che ricorda e racconta la storia della sua famiglia; la fiaba, espediente narrativo di questa mappa antropologica, diviene qui perfetta esemplificazione della nostra tradizione culturale, fondata sulla trasmissione orale del sapere. Cusato, che utilizza la metodologia drammaturgica del teatro narrazione e del teatro canzone, rende densa e sognante questa breve performance, che dura giusto il tempo di una fiaba, o due; l’attore si avvale di una scenografia essenziale in cui gli oggetti di scena si trasformano progressivamente in qualcosa d’altro, in ciò che è utile al racconto di questo viaggio. L’accento è posto sull’origine sociologica del racconto trasmesso oralmente. Tutte le fiabe avevano infatti un’origine popolare e, lungi dall’essere meri racconti per bambini, rappresentavano tradizionalmente una fonte di apprendimento anche per gli adulti; avevano inoltre una grande importanza per la vita della comunità, in quanto raccontavano alcuni aspetti del reale sotto le mentite spoglie di semplici storielle puerili. Il patrimonio narrativo delle favole si arricchiva costantemente poiché, com’è noto, i cantastorie modificavano spesso la narrazione, aggiungendo elementi di novità o mescolando gli episodi di una fiaba con un’altra, dando vita e origine a una storia tutta nuova.

Anna Mazzoni  (su Persinsala.it)

http://teatro.persinsala.it/paolina/4167

Massimo Cusato in una scena di Paolina

Radici. Quando si guarda un albero non ci si pensa mai: dalle foglie in alto ai rametti poco sotto di loro, pian piano si addensa e s’irrobustisce un fusto più consistente, fino al tronco imponente e teso nella postura più stabile che possa, per tenere tutto in piedi, nello stesso abbraccio. Ma quel che si vede non è mai tutto. Sotto quel monumento alla natura che resiste c’è un fascio di nervi che spinge lontano, si incunea nella terra fino alle falde più lontane. Quell’albero nel mondo di sopra non sarà mai senza quel mondo di sotto. Di queste radici è fatto Paolina, il nuovo spettacolo di Teatro dei Dis-occupati, scritto, diretto e interpretato da Massimo Cusato, con l’aiuto di Monica Crotti.

Cusato e Crotti sono una coppia, hanno da poco avuto un figlio che si chiama Andrea. No, non è mero biografismo. Nella loro storia artistica tutto questo entra come materiale inscindibile dal lavoro della scena: in occasione di questa nascita Cusato ha avuto in sogno questo spettacolo per il figlio, affondato nell’assenza presente di nonna Paolina, attraverso di lui capace di raggiungere questo primo pronipote che non ha avuto il tempo di conoscere. Ma il teatro esiste per questo, riportare all’oggi quel che ieri s’è fermato. Così il monologo di nonna Paolina si installa dentro l’attore Cusato, che con lei è cresciuto e al quale ha raccontato molte storie – fiabe popolari – che il senso della trasmissione evolutiva vuole consegnare al nuovo, per ripercorrere il passato nella tensione al futuro.

Il monologo si articola dunque dalla tradizione consegnata fino ai giorni nostri, secondo le stesse parole che dalla nonna giungono a noi. Paolina è in Purgatorio e gode di un permesso speciale per scendere sulla terra e raccontare le sue fiabe al neonato, affinché si addormenti. Per farlo usa il corpo del suo nipote, padre del piccolo. Così Cusato si veste da nonna, con la borsetta davanti al ventre, il cappottino spigato, le scarpe con i tacchi e due orecchini a clip, minuti e preziosi: ma non smette di essere lui, è ampiamente espresso il gioco dei passaggi generazionali che si sciolgono nel calore familiare miracolosamente diffuso nei corpi e nelle anime di chi ne fa – o ne ha fatto – parte. Tema dello spettacolo è dunque il racconto, la qualità che è tutta degli uomini di conservare e ripetere insegnamenti morali e memorie intime. La resa scenica di Cusato è calorosa e giustamente forte di quella voce che gli viene dalla sua infanzia, ma non abbastanza da bucare la necessità personale e renderla collettiva; si serve di due fiabe (su sette complessive registrate dalla viva voce di sua nonna nel 1998) che sono una declinazione artisticamente minore di fiabe popolari celebri (che hanno ricevuto lustro, tra gli altri, dal Celestini di Cecafumo, come il dialogo di Giufà e la morte, nella corte di Re Salomone, e l’avventura di Giufà con il secchio di rame). Il problema dunque è che, sia pur grande il desiderio e l’urgenza del loro “family theatre”, in questo caso la costruzione della drammaturgia e dello spettacolo tutto risente dell’intero corpo intimo, di una materia che incanta sé stessi ma che non è sciolta in una traduzione scenica di particolare interesse artistico, quindi che non genera oltre sé quello stesso incanto. Insomma, le radici sono il motivo perché l’albero esista e stia ritto a determinare nei cerchi del proprio tronco il tempo che passa, ma se si decide di portarlo in scena c’è bisogno di tutto il suo rigoglioso verdeggiare.

Simone Nebbia  (su teatroecritica.net)

http://www.teatroecritica.net/2011/11/la-linfa-dalle-radici-alla-foglia-paolina-di-massimo-cusato/

in scena dal 24 al 27 novembre 2011
Teatro Abarico
Roma

Paolina
Scritto, diretto e interpretato da Massimo Cusato
una produzione Teatro dei Dis-occupati

 Lunedì 30 Maggio 2011 , 15:03

di Sergio Lo Gatto

Sotto Chiave

Da ormai qualche mese questa rivista possiede una sezione apposita dedicata al teatro ragazzi, in cui si tenta di registrare le scosse di assestamento di un genere che in Italia appare di certo molto trascurato rispetto alla vitalità dimostrata, ad esempio, in Francia o Belgio. Eppure lo spettacolo in questione, e la compagnia che lo ha prodotto, avrebbe forse bisogno ancora di una categoria a parte. “Sotto chiave” è il titolo del vincente affresco che il Teatro dei Dis-occupati disegna a partire dal racconto “Elisabetta e Limone” di Juan Rodolfo Wilcock. E il suo pregio fondamentale è quello di offrire uno spettacolo adatto a tutte le età. Elisabetta abita in religiosa clausura una tomba protetta da un fido guardiano guercio e che divide con la invisibile sorella. A farle compagnia soltanto il ricordo della madre andata in cielo ormai chissà quanto tempo prima e un bislacco mestiere, quello di tessere abiti per topi. In questa cornice irrompe, come dal nulla, il fuggiasco Limone, timido e semianalfabeta. Elisabetta lo incatena al letto temendo chissà quale aggressione. Ma è da questo assurdo gioco dell’ostaggio che nascerà un rapporto tenero e consolatore. Gli stilemi sono quelli della favola, con tanto di mondo fantastico (sovrana è la materna ma temibile Repubblica), animali parlanti e salti temporali. Eppure alla dimensione dell’apologo classico si mescola l’immaginario onirico di quella scrittura di cui Wilcock, insieme a Borges, era stato profeta. Allora, nella solida verbosità del testo, il gioco diviene quello di abbandonarsi alle associazioni d’immagine e concetto, di lasciarsi andare a un viaggio visionario in cui, nell’arco della medesima frase, un giaguaro diviene un cammello, un passante un topo, una castello una tomba. È il gioco della fantasia e della sua narrazione, certo, quello in cui un gesto, se ripetuto con puntualità e ricalcato dalla direzione di uno sguardo, diviene immediatamente riferimento conosciuto; il gioco in cui un suono basta a scandire il tempo, un buio a far passare una notte. Eppure in questo arabesco intessuto da Monica Crotti e Massimo Cusato c’è di più. Il continuo slittare da un’immagine all’altra, affidato a una recitazione assolutamente impeccabile guidata da una e ben sostenuta dall’altro, diviene chiave di lettura di un concetto, quello dell’infinità mutevolezza dell’immaginario. È propria dei sogni appena terminati, quelli da dormiveglia mattutino, la sensazione labile di un ricordo a metà. Ci si sveglia portando al di qua delle palpebre ancora il segno di ciò che si è sognato. E se si tenta di raccontarle, quelle immagini, ci si confonde: la nettezza del sogno si perde nel percorso che unisce il ricordo alla sua narrazione. La scenografia e i costumi sono costruiti come un arazzo e fanno da chiave di interpretazione: un trapezio che diventa letto; un mobile che, se lo si guarda bene, è l’ingrandimento di una scatola porta-cucito; la catena alla caviglia di Limone è di stoffa anch’essa, è un gioco; i vestiti dei due sono un puzzle di lana e pupazzi, e tutto ha un sapore di artigianato d’altri tempi, compone una visione patchwork, in cui diversi particolari, cuciti insieme, creano la trama di un contesto. Il testo è portato in scena nella sua integralità, con l’aggiunta di una piccola partitura sonora, dettaglio che forse avrebbe bisogno di più spazio, magari da rubare alle parole o a qualche scena sacrificabile. Se gestiti con la stessa precisione di tutto il resto, i suoni potrebbero divenire un piano di racconto ulteriore, una goccia di solvente per diluire il ritmo. Ma il risultato resta di altissimo livello. Quello del Teatro dei Dis-occupati è uno sforzo onesto verso l’affermazione di un talento; tra le sue trame s’intravede la difficoltà di una compagnia underground di sopravvivere all’emergenza di questi anni. Loro non demordono e producono un ingegnoso “teatro per famiglie” in cui, di diritto, il primo spettatore, aiuto regista che firma l’unico foglio di sala pubblicato (appeso nel foyer), è proprio il figlio, il piccolo Andrea. 

 SOTTO CHIAVE da Juan Rodolfo Wilcock

di e con: Monica Crotti e Massimo Cusato

scenografia: Isabella Faggiano, Daniele Pittacci

costumi: Isabella Faggiano

 assistenti: Daniela Costanzo, Natsuki Nakamura

 produzione: Teatro dei Dis-occupati

 durata: 1h 20′

applausi del pubblico: 2′ 12”

 Visto a Roma, Atelier Meta-Teatro, il 3 maggio 2011

www.klpteatro.it

“Sotto Chiave” in scena all’Atelier Meta-Teatro di Roma

Dal 3 all’8 maggio

con Monica Crotti, Massimo Cusato

Regia: Monica Crotti, Massimo Cusato

Scenografia: Isabella Faggiano, Daniele Pittacci

Costumi: Isabella Faggiano 

 “Sotto Chiave” è uno spettacolo da non perdere per una lunga serie di motivi: per il testo, per la bravura degli attori, per la scenografia e i costumi e per quel senso di pienezza che non troppo spesso si ha dopo aver visto una rappresentazione teatrale.

In scena, all’Atelier Meta-Teatro in zona Trastevere a Roma, ci sono due giovani attori: Monica Crotti e Massimo Cusato della compagnia Teatro dei Dis-occupati.

Ma procediamo con ordine: il testo. Lo spettacolo è anche l’occasione per conoscere o riscoprire un autore geniale e poco conosciuto come lo scrittore di origine argentina J. Rodolfo Wilcock. “Sotto Chiave” è, infatti, tratto da uno dei suoi scritti più riusciti “Elisabetta e Limone”. Qui vengono affrontati, con poesia e semplicità, temi importanti come il senso della vita e della morte, la fragilità e la debolezza dell’animo umano.

È la storia di un profanatore di tombe, Limone, che entra furtivamente in un’abitazione e si addormenta. Al risveglio si trova incatenato a un letto. A sequestrarlo è stata la padrona di casa, Elisabetta, una vergine folle che da anni vive rinchiusa, tagliando vestitini per i topi e guardando il mondo esterno solo da una finestra. Con la sua conversazione incalzante la donna lo convince a restare e a condividere con lei la sua strana quotidianità.

Ma veniamo agli attori: Monica Crotti e Massimo Cusato. Con questo spettacolo hanno già vinto, nella sezione teatro-performance, il Premio Cantieri Opera Prima edizione 2010. La loro recitazione, sobria e senza sbavature, è intensa e perfettamente calata all’interno di uno spettacolo in cui proprio tutto, dal testo alla regia, dalla scenografia ai costumi, contribuisce a creare una sensazione di sogno e di incanto onirico.

Il personaggio di Elisabetta, folle e meraviglioso al tempo stesso non viene mai banalizzato, Monica Crotti ne fa una donna tenace e caparbia, ma insieme debole e disarmate per la sua estrema fragilità.

E, infine, la scenografia di Isabella Faggiano e Daniele Pittacci. Fili di lana, stoffe, mobili e oggetti antichi, lunghe coperte di lana colorata, sono solo alcuni degli elementi che la costituiscono. Curata fin nei più piccoli dettagli, è la cornice ideale per lo spettacolo per la sensazione di sogno e di sospensione che riesce a trasmettere.

“Sotto Chiave” sarà in scena fino a domenica 8 maggio.

 (Graziella Travaglini)

http://www.recensito.net/pag.php?pag=8499

Articolo a cura di Graziano Graziani, pubblicato sul settimanale “Carta” il 16 Luglio 2010 Anno XII N.24

La Compagnia Teatro dei Dis-occupati di Roma presenta “Venexia ‘500”

La Compagnia Teatro dei Dis-occupati (family theatre) di Roma, fondata
nell’ottobre del 2009 da Massimo Cusato e Monica Crotti, presenta lo spettacolo
“Venexia ‘500” venerdì 19 marzo presso la Casa della Cultura di Frosinone, alle
ore 21:00. Lo spettacolo a quadri narra della condizione della donna pubblica
nella Venezia del ‘500. L’idea di affrontare questo testo nasce dopo
l’esperienza attoriale di Monica Crotti presso l’Accademia Teatrale A
l’Avogaria nella città di Venezia. Massimo Cusato, che ha cominciato a fare
teatro con la Compagnia Teatro dell’Appeso di Frosinone, diretta da Amedeo Di
Sora, si diploma invece nel 2000 presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica
“Silvio D’Amico” di Roma. La collaborazione decennale dei due attori registi,
fonda le sue radici nel teatro di ricerca e nel teatro antropologico. Dopo
quattro viaggi di baratto teatrale (Mato Grosso del Sud 2002, Amazzonia 2003,
Malawi 2005 e Bali 2007) Monica Crotti e Massimo Cusato fondano la Compagnia
Teatro dei Dis-occupati. Un nome che evidenzia la difficoltà in cui naviga la
cultura e coloro che tentano di farla: diversamente occupati, poiché, come ai
tempi della Commedia dell’Arte, questa famiglia di attori/registi, deve
provvedere a tutto ciò che ruota intorno alla produzione ed alla distribuzione
dei propri spettacoli e dei propri seminari di teatro.
Nonostante la recente data di fondazione della Compagnia, il Teatro dei Dis-
occupati ha già vinto il Premio Internazionale Arte Laguna, sezione performance
(6 marzo 2010).

Pubblicato su “Ciociaria Oggi” mercoledì 24 febbraio 2010

Quattro straordinarie performances artistiche movimenteranno la serata del 6 marzo all’Arsenale: arte in mostra e arte live per il vernissage del Premio Arte Laguna.


Non bastavano l’esposizione di 180 opere tra pittura, scultura e arte fotografica e la serata di gala per la premiazione degli artisti vincitori del 4° Premio Internazionale Arte Laguna. Per volontà degli organizzatori del Premio, sabato 6 marzo l’Arsenale di Venezia ospiterà anche quattro sorprendenti performances artistiche, selezionate tra più di 300 proposte giunte da tutto il mondo.


Ciascuna di queste performances, scelte con grande entusiasmo dagli stessi Presidenti di Giuria del Premio Arte Laguna, i curatori Igor Zanti, Viviana Siviero e Alessandro Trabucco, è un’espressione di altissimo livello della cosiddetta “performance art”: una forma artistica dove l’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo particolare e in un momento particolare costituiscono l’opera.


Le performances di questi artisti, provenienti sia dall’Italia che dall’estero, oltre ad essere particolarmente sofisticate dal punto di vista espressivo e contenutistico, sono anche molto coinvolgenti ed emozionanti, delle vere e proprie esibizioni.


Kyrham e Julius Kaiser presentano la performance “Obsolescenza del Genere”, un’esibizione che unisce la body art ai concetti filosofici della teoria queer di Judith Butler e che è stata selezionata tra le trenta migliori performance del mondo nella manifestazione IDke del 2008. La performance affronta in modo coinvolgente il tema stereotipato della distinzione tra i sessi, presentandone una visione di grande impatto emotivo.


L’esibizione di MRK si basa sul tema della trasformazione, dello sviluppo attraverso la metamorfosi. Il racconto è sviluppato grazie alla tecnica video vjing, un metodo che permette di modificare in tempo reale le immagini e di mixarle durante la proiezione, dando vita – come nel jazz – ad interi pezzi di improvvisazione, che interagiscono e si intersecano con la performance di danza.


I performers de L’Epimeteide presentano un’esibizione sulla storia di Roma e d’Italia, interpretata in maniera simbolica attraverso la mitica vicenda di Romolo e Remo. All’interno di questa sintesi scorre idealmente tutta la storia nazionale, dalla fondazione di Roma sino alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale.


Il gruppo Teatro dei Dis-Occupati, si definisce anche “family theatre” e si esibisce con la performance “Sotto Chiave” , uno spettacolo onirico con una sedia ed un trapezio, che racconta in modo sottile ed ironico la vicenda di un uomo e una donna che, trovatisi assieme in strane circostanze, riescono alla fine a condividere una vita “normale”.


Quattro motivi in più per attendere con trepidazione ancora maggiore la serata del 6 marzo e per essere presenti dalle ore 18.30 in poi alle Tese dell’Arsenale di Venezia.


Vi ricordiamo che sabato 6 marzo alle ore 17.30 avrà luogo la conferenza stampa sul 4° Premio Internazionale Arte Laguna presso l’Arsenale di Venezia. Per conferma della presenza e per ricevere l’invito all’evento contattare l’Ufficio Stampa.


Ufficio Stampa
Premio Internazionale Arte Laguna
041 59 37 242 041 59 37 242 int. 5
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